Testi e foto di Alboino Seghi
IL CARBONAIO
Fra i tanti mestieri in estinzione o già scomparsi
che gli uomini di Montemignaio hanno esercitato fino a qualche decennio
fa, quello del carbonaio è certamente il più importante.
E Carlo Cassola rammenta proprio i “carbonai di Montemignaio” nel
suo libro Il taglio del bosco.
I carbonai erano uomini di montagna che erano costretti a lavorare nei boschi, “macchie” nel
gergo, di tutta Italia per guadagnare quel tanto che permettesse un’esistenza “decente” alla
famiglia che rimaneva a casa. La permanenza nei boschi aveva una durata annua
di oltre otto mesi all’anno, durante i quali i carbonai abitavano in una
capanna, da loro stessi costruita con legna e terra. Il mestiere vero e proprio
di carbonaio ebbe inizio alla fine del 1700. I pionieri dovettero superare molte
difficoltà, sia ambientali che tecniche.
I figli, che allora erano molti e che costituivano la sola ricchezza, avevano
bisogno di tante cose a cominciare dalle scarpe, anche se dalla primavera all’autunno
usavano i calli sotto i piedi, come il Valentino del Pascoli.
Si ha notizia che a cavallo tra la fine del 1800 e i primi del ‘900 la
paga era di 24 soldi (una lira e venti centesimi) per due sacchi di carbone prodotto,
di 75 chili ciascuno, o di 120 lire al mese. Il “meo”, ragazzo garzone
del quale diremo più avanti, riceveva 15 lire al mese e raggiunse le 40
lire verso il 1915.
Il vitto dei carbonai fu sempre a base di polenta di granturco con un po’ di
cacio per companatico; la carne veniva mangiata per Natale e per Pasqua e il
vino era privilegio di pochi. Il pane entrò a far parte della loro alimentazione
dopo il 1920. I pasti principali erano due: il primo verso le dieci del mattino
e l’altro al rientro nella capanna, quando era già calato il buio.
La colazione nella capanna consisteva in un po’ di caffè d’orzo
e la merenda, limitata al periodo che andava dal 25 marzo alla fine della “stagione” di
lavoro, era un tozzetto di pane o di polenta con un po’ di cacio. E pensare
che la giornata lavorativa durava circa quattordici ore, senza contare quelle
straordinarie per le ispezioni notturne alle carbonaie e per la scarbonatura
che cominciava due o tre ore prima dell’alba.
Gli arnesi da lavoro non sono mai cambiati: rastrelli di legno, vagli per l’insaccatura
del carbone, pale e zappe di ferro, accette, pennati e roncole, forgiati dai
fabbri di Montemignaio, scale di legno, eccetera, e gli indumenti consistevano
in: due paia di pantaloni di fustagno o pilorre, un corpetto, due camicie di
stoffa nera resistente, un cappello a tesa larga e un colbacco, detto “topa”,
due paia di scarpe, dette “tronchi”, e due paia di zoccoli per la
scarbonatura, una “fusciacca” (lunga striscia di stoffa nera che
veniva girata più volte intorno alla vita per reggere i pantaloni e per
proteggere la schiena da strappi muscolari durante i lavori più pesanti).
Per il letto, la “rapazzola”, che consisteva in un sacco imbottito
di foglie, erano sufficienti due sole coperte anche durante l’inverno perché in
mezzo alla capanna ardeva, giorno e notte, il fuoco, che serviva per cuocere
i cibi e per far lume. Gli utensili per la cucina si limitavano a: un paiolo
di rame, che serviva per cuocere la polenta ed era l’unico piatto di portata,
un grande tegame per cuocere un po’ di pancetta di maiale, qualche tazza
e alcune posate di rame.
Ogni “compagnia”, gruppo di carbonai, aveva un garzone, il “meo”,
che era quasi sempre un ragazzo di circa dodici anni, che svolgeva vari lavori
anche troppo gravosi per la sua età: cucinava la polenta, andava ad attingere
acqua a sorgenti distanti a volte più di un chilometro dalla capanna con
un barile di legno che, pieno, pesava oltre trenta chili, tagliava la legna a
pezzetti (“mozzi”) per rimboccare le carbonaie, ispezionava le carbonaie
anche di notte. E i carbonai adulti lo rimproveravano e, non di rado, gli davano
qualche “manata”, spesso senza motivo. Va detto, per la verità,
che tutti i carbonai avevano fatto il “meo” e che quindi avevano
patito quei duri trattamenti.
IL VETTURINO
Il termine “vetturino” significa quello che il vocabolario
recita per il “vetturale” e cioè “chi guida
cavalli o muli per trasportare merci o persone”. Va detto però che
il lavoro del vetturino non si limita alla guida delle “bestie” ma
riguarda anche il carico e lo scarico delle “some” e tante
altre cose. Il mestiere del vetturino risale quasi sicuramente ad epoche
antichissime, forse a quando l’uomo riuscì ad addomesticare
il cavallo e simili.
Il vetturino trasporta, con i suoi muli e cavalli, legna, carbone, e altro
materiale legnoso, dai boschi dove non ci sono strade carrozzabili, fino alle “piazze” dove
vengono erette le carbonaie o ai vari punti di raccolta ai margini dei boschi
stessi. Il vetturino non abita in una capanna come il carbonaio, ma in case
coloniche, nelle vicinanze dei boschi, dove c’è la possibilità di
avere una stalla per le sue bestie. Dorme in un vero letto e mangia a tavola
apparecchiata i cibi cucinati dalla massaia del podere. Tutto a pagamento,
s’intende. La giornata lavorativa del vetturino, che inizia a giorno
fatto quando le bestie hanno mangiato e bevuto, non termina dopo il rientro
serale, ma si protrae, seppure in maniera non continuativa, fino a tarda ora
per far mangiare le bestie, per farle bere, per riempire di fieno le mangiatoie
e per attaccare al collo di ogni mulo e cavallo la “musiera” riempita
per metà di biada. Il vetturino “professionista” è capace
di diagnosticare le malattie più comuni delle sue bestie, di curarle
con medicine preparate in gran parte da lui stesso, e di sanare le ferite.
Se la bestia è malata o infortunata, il vetturino segue assiduamente
il decorso della malattia o infortunio, alzandosi dal letto anche di notte.
Se nelle vicinanze del bosco non c’è un maniscalco provvede da
solo alla ferratura. Il vetturino ha un rapporto quasi amichevole e di rispetto
con le sue bestie, anche perché costituiscono il suo capitale. Durante
le varie fasi del lavoro c’è un vero e proprio dialogo tra uomo
e animale, dialogo che permette la parola solo all’uomo ma che trova
risposta con sguardi “affettuosi” o meno, con obbedienza, e anche
con ribellione, spesso motivata, a ordini non graditi. Ogni bestia ha un nome
proprio, alcuni sono quelli di “battesimo” mentre altri sono inventati
dal vetturino e si riferiscono al colore del mantello, al fisico, alla provenienza
geografica, al carattere, ecc. I più comuni sono: Moro-a, Romano-a,
Pallino, Pippo, Fulino, Magnana, Pastora, Topo, Serpente. Le bestie vengono
classificate in modi: è detta “agevole” la bestia che non
dà segni di irrequitezza, “ombrosa” quella che manifesta
la paura con calci e scossoni a causa di rumori improvvisi, “sitosa” è detta
la bestia che si “rivolta” contro gli estranei, mentre si dimostra
agevole con l’amico vetturino che riconosce al “sito” (odore).
Viene definita “pallesca” la bestia che muta spesso di umore, come
noi quando ci rompono le … scatole.
Il vetturino ha fama di “imprecatore”, tanto per usare un eufemismo,
ma non se la piglia mai con Sant’Antonio, protettore degli animali. Al
massimo lo definisce “accio” e mai con rabbia. Nel giorno dedicato
al Santo, lui e le sue “bestie osservano completo riposo, con in più un
pranzo speciale per lui e doppia razione di biada per loro. I vetturini sono
esperti intenditori di vino, “capaci” bevitori e accaniti giocatori
di “morra”.
Una nota di carattere militare. Fino agli anni Sessanta, muli e cavalli venivano
precettati, ossia erano a disposizione dell'esercito per eventuali necessità.
In caso di chiamata alle “armi”, lo Stato pagava al proprietario
il giusto prezzo.
Il mestiere di vetturino, che è quasi scomparso, viene praticato oggi
quasi esclusivamente per il trasporto di materiale legnoso dai rari boschi
non raggiungibili per mezzo di strade camionabili.
IL “MEO”
Quando abbiamo descritto il mestiere di carbonaio, mestiere che solo
qualche appassionato tiene ancora in vita, abbiamo detto che ogni “compagnia” di
carbonai, composta da quattro o cinque uomini, aveva un garzone di circa
dodici anni. Era il “Meo”. Il nome “Meo” pare
si rifaccia al “miao” di qualche gatto montanino, come recita
la lunga “canzone del meo”, scritta in ottava rima da un
carbonaio pistoiese, che veniva cantata nelle capanne quando il cattivo
tempo “costringeva” al riposo i carbonai.
Il “reclutamento” del Meo avveniva poco tempo prima della
partenza dei carbonai, in novembre o dicembre. Il capo compagnia, o altro
componente del gruppo, parlava col babbo del ragazzo, e a volte, con
la mamma, per stabilire il compenso. Va subito precisato che tutti i
carbonai erano stati “mei” e che, quindi, conoscevano bene
i sacrifici cui andavano incontro i ragazzi.
Le ragioni della “cessione” temporanea di un figlio erano
principalmente due: la prima era quella di togliere da casa una bocca
da sfamare, con il vantaggio di ricavare qualche centinaio di lire, e
la seconda riguardava l’apprendimento del duro mestiere da “maestri” non
condizionati da legami affettivi. Alcuni carbonai, infatti, conducevano
alla “macchia” un loro figlio, destinato sì a svolgere
le mansioni di meo , ma con un trattamento da padri e non da padroni.
E la cosa è ben diversa.
Si diceva che il meo veniva “contrattato”. Il padre, carbonaio
anche lui, ascoltava le offerte e ne discuteva, mettendo in risalto il
trattamento umano. Le promesse non sempre venivano mantenute, tranne
quella relativa al compenso in denaro. La vita alla macchia faceva dimenticare
che fuori dal bosco esiste un mondo dove ognuno è persona.
Fissati il compenso e la data della partenza, cominciavano le pene per
la mamma del ragazzo, la quale poteva solo piangere in silenzio e preparare
al figlio le poche cose necessarie. Si preoccupava di mettere nel “fagotto” (sacco
di tela) camiciole e calze di lana, da lei stessa confezionate, contro
i rigori dell’inverno. Non dimenticava mai di cucire una medaglietta
della Madonna all’interno delle camiciole, come protezione da malattie
e infortuni.
Il “meo” di prima nomina partiva contento per l’avventura.
Lasciava la montagna desideroso di conoscere luoghi lontani e gente diversa
da quella di tutti i giorni ed era felice di viaggiare in treno, che vedeva
per la prima volta. Si sentiva importante e compativa i compagni rimasti a
casa, costretti ad andare a scuola tutte le mattine e a portare le pecore al
pascolo ogni pomeriggio, magari con il libro per studiare. I primi giorni alla
macchia costituivano per il meo un fatto straordinario. Aiutava con entusiasmo
i carbonai a costruire la capanna e in qualche altro lavoro leggero. Ben presto,
però, l’impatto con la realtà gli faceva rimpiangere amaramente
la vita povera ma serena del paese. Avrebbe preferito andare a scuola dalla
mattina alla sera e badare al gregge durante la notte. Il meo era il cuoco
della compagnia. Non c’erano pietanze speciali da preparare, però cucinare
la polenta non era cosa facile. Ogni giorno erano rimproveri e maltrattamenti
perché la polenta era troppo salata o troppo sciocca, poco cotta o piena
di “torzoli”, e così via. La cucina era niente in confronto
alle altre occupazioni: c’era da metter fuoco alle carbonaie, da preparare
i “mozzi”, da ispezionare le carbonaie anche durante la notte.
Il meo andava ad attingere l’acqua a sorgenti distanti dalla capanna
anche qualche chilometro, con un barile di legno che al ritorno pesava quasi
trenta chili: una “soma” troppo pesante per spalle ancora gracili.
Al rientro nella capanna erano sempre rimproveri: “c’è da
raccattare la foglia”, “da rimboccare le carbonaie”, “da
fare i mozzi”, e tu perdi tempo a riposarti.
Fortunatamente il lavoro alla macchia è finito. I vecchi carbonai sono
da tempo in pensione e i figli sistemati in città. I nipoti non sanno
nemmeno chi era il “meo”.
Mi piace ricordare questa umanissima figura di ragazzo, forzato eroe, con l’ultima
strofa della canzone a lui dedicata:
“L’aria è chiara,
tiepida e leggera/ la campagna di fiori e d’erbe è ornata/ canta
quell’usignol con buon maniera/ la canzone del meo addolorata./ Inneggia
e canta la natura intera/ inneggia alla campagna terminata./ Io d’arrivare
in fondo non credéo/ Dio mi riguardi di rifarlo il MEO.”
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